COSA
VEDERE
Feste
- Sagre - Tradizioni
Festa
di S. Giuseppe
La
devozione per S. Giuseppe è talmente diffusa
che si manifesta ovunque con svariate usanze.
A Rosolini era tradizione imbandire una ricca mensa, la“cena di
S. Giuseppe”, a tre persone bisognose che in costume rappresentavano
la Sacra Famiglia. Gesù Bambino portava sulla testa una corona
e teneva in mano una sfera rappresentante il Mondo, Giuseppe reggeva
un bastone fiorito recante in cima foglie di arance e nastri azzurri,
la Vergine Maria indossava un manto celeste e una corona di alloro sul
capo.
Il
corteo, preceduto dalla banda musicale, arrivava in piazza con la Madonna
e il Bambino in groppa ad un asinello guidato da Giuseppe. La Sacra
Famiglia veniva fatta salire su un palco di legno appositamente
allestito.
Su
di esso una tavola imbandita con ogni ben di Dio e adornata con fili
di edera, grappoli di arance e limoni, foglie verdi, fresie e fiori
di campo aspettava i tre personaggi. Quando i tre Santi avevano finito
di mangiare tutto ciò che potevano davanti alla folla che assisteva
entusiasta, i banditori iniziavano a vendere i doni votivi offerti dai
fedeli al Santo Patrono; tutto il ricavato della vendita veniva donato
ai tre personaggi. Per questo motivo ogni anno, tra i poveri del paese,
si veniva a creare una vera e propria competizione tra i candidati che
dovevano impersonare la Sacra Famiglia. Tutti volevano partecipare,
ed era difficile per la commissione scegliere, fra coloro che si proponevano,
il più bisognoso; tanto che, tra gli aspiranti, si stabilirono
dei turni da un anno all’altro.
Mentre la tradizione della “cena”è scomparsa, i doni
votivi vengono ancora raccolti per essere venduti all’incanto.
Il rituale inizia la mattina della festa, con un corteo di carri e cavalli
addobbati, banda musicale in testa, che attraversa le vie cittadine
per raccogliere le offerte: pane
di S. Giuseppe “cucciddati” , dolci, primizie
varie e animali da cortile (galletti, conigli, piccioni e così
via).
In
particolare, a Rosolini, a S. Giuseppe si offre, per sciogliere un voto,
il frumento, che viene riposto in un magazzino. Depositato il grano
con tutti gli altri doni, fino a qualche anno fa si dava inizio alla
cavalcata votiva. Consisteva in una sfilata di tipici
carretti siciliani addobbati che correvano, uno alla volta, lungo la
via Manzoni cosparsa di “purrera” e gremita di
folla sui marciapiedi, con le finestre e i balconi
traboccanti di spettatori. Aveva luogo inoltre una corsa
di cavalli con la coda e la criniera infiocchettata da nastri, “i
scocchi” rigorosamente rossi e celesti e cavalcati “a
barda” (senza sella). La cavalcata si svolgeva tra due ali
di folla che si aprivano e si chiudevano al passaggio del carro o del
cavallo al galoppo.
Questa sfida del pericolo da parte del devoto cavaliere e delle persone
che assistevano, nella credenza popolare veniva offerta al Santo Patrono,
e voleva essere un ringraziamento per la grazia ricevuta e un’ulteriore
conferma della smisurata fede nella sua protezione.